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Come si dice addio a una casa?

non sono una di quelle persone che si affeziona agli oggetti – tranne che ai libri, ma i libri non sono “cose”, sono storie vive – e nemmeno alle case.

non ho fatto molti traslochi in vita mia e tutti così vicini al luogo in cui sono cresciuta da non farmi pensare che fosse una cosa definitiva. in fondo ero sempre LI’, a Casa.

tra due giorni, però, dovrò salutare per sempre un appartamento non mio, in cui non ho mai vissuto e nel quale sono entrata pochissime volte negli scorsi anni – moltissime, negli ultimi mesi -.

sento il bisogno di dire addio a quel posto, di fermarmi prima di chiudere tutto e lasciarlo al suo destino. forse perchè chi realmente perde quella casa non può più farlo, perchè la sua vita è altrove, anche se il suo cervello non lo sa.

e non so come dire addio a tutto. niente feste, niente casino. da festeggiare c’è poco. quasi nulla. vorrei forse che la casa capisse – come se fosse viva – che non la sto abbandonando perchè non la volevamo più, ma per permettere a chi l’ha amata e abitata – scelta, costruita, riempita di vita e di ricordi – di avere un futuro dignitoso, con meno pensieri possibili.

vorrei fare qualcosa e, contemporaneamente, non fare nulla. voglio prendermi mezzora di silenzio e guardare ogni angolo. sarà una cosa difficile da fare? piangerò? come mi sentirò dopo?

non posso saperlo. so, però, che dire addio a quella casa è chiudere un capitolo. è togliere qualcosa che sarebbe dovuto rimanere lì dov’è, senza muovere una virgola. come uno scrigno di tesori.

è una scelta dolorosa, ma fatta con amore. spero che tu possa capire, spero che l’addio non sia così doloroso.

Cose luoghi azioni che non avrò, vedrò, farò

Non avrò quella casa con lo studio dove ci sarebbero stati tutti i miei libri,  una scrivania e un divano. Lì non vivrò.
Non farò più la tour manager,  posso mettere via le magliette  con scritto staff e i biglietti da visita.
Non avrò un pass All Areas e mi scazza da morire.
Non diventerò una giovane promessa del cinema italiano. Al massimo un buon esordio tardivo.
Non limonerò con un bel po’ di gente, ma solo perché l’ho deciso io, fosse per loro avoja.
Non entrerò mai più in una 42. E anche quando ci sono entrata è stato breve, ma intenso.
Non mi trasferirò in Polinesia.  Mi romperei le palle da morì.
Non avrò una Twingo  fuxia, né un paio di Manolo e nemmeno una giacca come quella di Penny in Almost Famous.
Non starò una notte intera sveglia in spiaggia ad aspettare l’alba.
Non riguarderò tutto Lost dalla 1×1 alla fine in un intenso e insonne weekend come, invece, avevo programmato.
Vabbè, me ne farò una ragione.
(No, non è vero. )

#Save194 (post lunghissimo)

se un po’ mi conoscete sapete che non sono una che fa battaglie, non vado a manifestazioni, nè raccolgo firme, nè riempio la mia bacheca con proclami o messaggi “forti”.
però, se un po’ mi conoscete, sapete anche che sono una che si infervora, che su alcune cose con me non si può scherzare. che prendo maledettamente sul serio ciò che riguarda i diritti delle persone, l’uguaglianza, l’aiuto reciproco, il rispetto, l’onestà.
non sono una femminista militante, rivendico il mio diritto di essere tutte le sfaccettature di donna che posso essere, anche quei tipi di donna che le femministe condannano.
c’è una cosa, però, che sembra “roba da femministe” e non lo è.
la legge sull’aborto.
ho letto in giro che si sta pensando seriamente di ridiscuterla, o di cancellarla, addirittura.
questo non deve essere fatto.
e vi chiedo di ragionare con me, di ascoltarmi dieci minuti, magari non ne caverò un ragno dal buco, ma…almeno ci avrò provato.

la prendo alla lontana

ero una ragazzina, mezza vita fa, e si parlava – anche allora – della 194 e della sua eventuale abolizione.
nella mia confusione di quindicenne vedevo la questione dell’aborto come una cosa fumosa, una roba che capita ad altri, una cosa da fare in casi estremi – quello più gettonato era “sei stata stuprata e sei rimasta incinta” – ma tutto finiva lì.

sono passati gli anni e il dibattito continua sempre allo stesso modo. con i “pro life” che parlano di “genocidio” di “sterminio”, con le donne che rivendicano un diritto, con i partiti politici che sgomitano per dire la loro, ma nessuno centra il punto. o meglio, i punti fondamentali, quelli che dovrebbero permettere a chiunque di capire che la legge 194 va mantenuta. che è intoccabile.

1° punto: prima della 194 chi abortiva veniva denunciato. sia la donna che aveva abortito, sia chi l’aveva aiutata (spesso un’amica, o la madre, un’altra donna, insomma). l’accusa era pressapoco quella di omicidio. come se queste persone avessero sparato a dei passanti.
ecco, adesso immaginatevi vostra madre. vostra madre di quando eravate bambini che un bel giorno viene presa e arrestata. messa alla gogna per aver compiuto una scelta. magari messa in prigione.
vi sto sentendo state dicendo “poteva pensarci prima”, sì, sì, ci si può sempre pensare prima, ma alzi la mano chi di voi, adulti, con un’attività sessuale non ha mai avuto il dubbio di aver causato una gravidanza, o di essere incinta. tutti possiamo pensarci, ma, a volte, non è così semplice.

2°punto: l’aborto clandestino.
facciamo che non esiste la 194. vi trovate nella condizione di dover abortire. non mi interessa il motivo, dovete farlo e basta.
potete farlo a norma di legge solo se si tratta di un motivo medico, se c’è grave pericolo di vita per la madre.
è il vostro caso? ok allora via libera.
non è il vostro caso? avete due possibilità.
la prima è quella di trovare un medico che, in tutta sicurezza e segretezza, può eseguire l’intervento. ovviamente costa moltissimo, ma voi non avete abbastanza soldi.
arrivate alla seconda possibilità. un’amica di un’amica fa queste cose in casa, sì, anche lei vuole soldi, ma sono molti meno di quelli che vuole il medico.
andate da lei.
un aborto casalingo prevede, a parte le condizioni igeniche pessime, l’utilizzo di cucchiai, ferri da calza e intrugli di dubbia origine. penso che riusciate a capire a cosa serva il ferro da calza. no? immaginatevi uno spillo che buca un palloncino. il cucchiaio fa il suo mestiere, raccoglie ciò che c’è da raccogliere. o, meglio, raschia. sentite che bel suono? raschia.
vi disgusta? scusatemi, ma è così che si fa.

3°punto: il dolore (poi ho finito, promesso)
quelli “pro life” pensano che le donne vadano ad abortire cantando e ballando come in un musical. indossando vestitini sgargianti e pronte a farsi scopare e ingravidare appena uscite dall’ospedale.
cari amici “pro life”, vi devo deludere. aborto è sinonimo di dolore. non c’è donna che non senta dentro una fitta che le stringe il cuore, che non senta per tutta la sua esistenza la mancanza di qualcosa che non è stato.
non mi è mai capitato eppure riesco a capirlo. il dolore dell’assenza. il dolore che si prova nel prendere decisioni del genere.
ripeto: io non so quali possano essere i motivi per cui si compiano certe scelte, spesso sono economici, o dovuti a una situazione familiare difficile.
non mi importa.
io voglio che le donne possano scegliere, che non siano processate da assassine, che non debbano morire dissanguate da qualche parte, che tutte le donne – ricche e povere – abbiano lo stesso trattamento.
perchè è questo il punto. togliere la 194 è togliere possibilità alla povera gente. è togliere un diritto.

scusate la lunghezza, ma quando mi infervoro mi è dura fermarmi.

qui trovate il post di “se non ora quando” che dice molte cose e molto meglio di come le ho dette io

se avete un account Twitter parlate di questo argomento usando l’hastag #Save194

ho visto uno spettacolo

stasera ho visto uno spettacolo di “teatrocanzone”.

molta musica, un attore monologante, i suonatori come comprimari.

ho riso molto, ho riflettuto su alcune cose, ho fatto un paio di sospiri e alcune volte avrei voluto applaudire, ma la mia legge me lo vieta, si applaude alla fine.

uno spettacolo autobiografico – sì, forse, in parte – ma la cui storia non rimane ferma e appiccicata a chi l’ha scritta, la storia è un po’ quella di molti di noi – tutti? – che combattiamo tra i “si deve fare così” e i “voglio fare così”. una storia sulla solitudine. una storia che fa sbellicare, perchè ci siamo tutti nelle goffaggini del protagonista, perchè vedere uno a cui “va peggio” ci fa sempre ridere. in più il protagonista ha un pensiero ricorrente: il suo funerale.

non sono brava come recensitrice, quindi vi mando direttamente al sito dello spettacolo.

La Paura di Demetrio

guardatevi i video, leggete le info e guardate le foto.

 

 

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