Passata di Moda

non mi rassegno alla fine dei blog

Archivio per il tag “racconti”

Il giorno sbagliato

È il giorno sbagliato per incontrarsi.
Come lo era stato lo stesso giorno 15 anni fa.
L’ironia della vita ci mette lo zampino, facendomi ricordare anche il Santo del Giorno, con una sicurezza incredibile, perché non è un santo qualunque.
Ci mette lo zampino perché qui e ora, insieme è cosi simile a quella situazione passata, iniziata con un gioco innocente, con un sms divertente e una proposta, fatta di getto.
Qui e ora, noi due. Due diversi. Tu sei diverso, perché non sei lui, e io lo sono perché gli anni hanno cambiato la ragazza che ero, nella donna che sono.
È il giorno sbagliato, ma siamo qui. Tu ed io a guardarci negli occhi, a dire parole insincere, a coprirci di non detto e non fatto.
(Di non diremo e non faremo, mai)
È il giorno sbagliato perché la tua presenza è una tortura e il mio esserti di fronte è una condanna. Non dovremmo più farlo, non oggi, almeno.
Oggi è il giorno del peccato più grande e io dovrei scontarlo da sola, senza tentazioni, senza i tuoi occhi e i tuoi sorrisi, che rendono bello ciò che non dovrebbe esserlo, perché ho dedicato questo giorno all’espiazione della mia colpa.
Gli anni dovrebbero averla prescritta e, forse, per qualcuno lo è, ma dentro fa ancora male e tu dovresti capirlo bene. Visto il tuo stato che mi mette ancora in debito, come allora.
Essere sola è la mia colpa, che alleggerisce la tua. Tu puoi, come lui, quindici anni fa, dire che sono io la causa e tu la vittima.
Ma io ero una bambina, ero giovane e superficiale e avevo la scusa dell’imbecillità adolescenziale, e lui mi ha dato pesi e responsabilità che non riesco a levarmi di dosso.
È il giorno sbagliato, oggi, quello in cui la tua presenza si sovrappone al ricordo e smonta la donna, lasciando libera la ragazzina. Incosciente, temeraria e curiosa. Ho calcolato la distanza più ragionevole da tenere, i centimetri da non superare per non cadere in tentazione.
È il giorno sbagliato per misurare la distanza.
Basta un passo in più e dimentico tutto, le colpe e il passato.
Mi prendo le tue labbra e ciò che hai da darmi, ignorando i “mai” promessi, infrangendo il mio voto, sostituendo l’espiazione con una colpa nuova da portare.

Annunci

Joko

Un racconto di qualche anno fa.
Buona lettura.

Giorno 1
So da un pezzo di essere stata adottata. Me l’hanno detto subito, beh appena sono stata in grado di capire.“la tua mamma ti amava tanto, ma non poteva tenerti”ho pensato che la mamma fosse povera. Che fosse una ragazzina. Povera mamma che sei sola e non puoi tenere una bambina di sei mesi.Ho vissuto una bella vita felice qui nel Jersey, con i miei genitori e il cane. Ho fatto il liceo pubblico, là in fondo alla strada, e sono andata al college. Mi sono laureata in letteratura inglese.Al secondo anno di college i miei compagni hanno iniziato a chiamarmi Yoko. Forse perché vestivo sempre di nero e avevo i capelli lunghi quasi sempre sulla faccia.Io a malapena sapevo chi fosse questa Yoko, dei Beatles sapevo poco o nulla, di John Lennon sapevo giusto la canzone di Natale.All’inizio non me ne preoccupai. Poi cominciai a pensarci su: i miei genitori ascoltano musica di ogni tipo, soprattutto degli anni ’60, ma dei Beatles nemmeno l’ombra, nemmeno un disco.E tutti mi chiamavano Yoko. Trovai una foto su internet e la detestai subito, a pelle. Le somigliavo, era vero, ma avevo qualcosa di diverso, il naso più aquilino e la bocca…mah. Sembrava solo una buffa coincidenza.

Giorno 2
Questa cosa però mi rode dentro, non ho mai chiesto a mamma e papà chi fossero i miei veri genitori, se in qualche modo hanno tenuto contatto con lei, la ragazzina che mi ha abbandonata; mi hanno cresciuta loro e ho vissuto bene e serenamente. Ora però c’è questa Yoko sulla mia faccia.

Giorno 3
Ho passato un’ora a guardare la foto della copertina di Two Virgins in cui John e Yoko sono nudi, studio le tette di lei e mi sembrano simili alle mie, mi sono spogliata per vederle meglio. Sono uguali. Abbiamo lo stesso corpo.

Continua a leggere…

Navigazione articolo