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Come si dice addio a una casa?

non sono una di quelle persone che si affeziona agli oggetti – tranne che ai libri, ma i libri non sono “cose”, sono storie vive – e nemmeno alle case.

non ho fatto molti traslochi in vita mia e tutti così vicini al luogo in cui sono cresciuta da non farmi pensare che fosse una cosa definitiva. in fondo ero sempre LI’, a Casa.

tra due giorni, però, dovrò salutare per sempre un appartamento non mio, in cui non ho mai vissuto e nel quale sono entrata pochissime volte negli scorsi anni – moltissime, negli ultimi mesi -.

sento il bisogno di dire addio a quel posto, di fermarmi prima di chiudere tutto e lasciarlo al suo destino. forse perchè chi realmente perde quella casa non può più farlo, perchè la sua vita è altrove, anche se il suo cervello non lo sa.

e non so come dire addio a tutto. niente feste, niente casino. da festeggiare c’è poco. quasi nulla. vorrei forse che la casa capisse – come se fosse viva – che non la sto abbandonando perchè non la volevamo più, ma per permettere a chi l’ha amata e abitata – scelta, costruita, riempita di vita e di ricordi – di avere un futuro dignitoso, con meno pensieri possibili.

vorrei fare qualcosa e, contemporaneamente, non fare nulla. voglio prendermi mezzora di silenzio e guardare ogni angolo. sarà una cosa difficile da fare? piangerò? come mi sentirò dopo?

non posso saperlo. so, però, che dire addio a quella casa è chiudere un capitolo. è togliere qualcosa che sarebbe dovuto rimanere lì dov’è, senza muovere una virgola. come uno scrigno di tesori.

è una scelta dolorosa, ma fatta con amore. spero che tu possa capire, spero che l’addio non sia così doloroso.

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Lamento

vedo una costante rincorsa a chi sta peggio:

se scrivo “oggi ho mal di testa” arriverà qualcuno a dirmi “non me ne parlare, io ho malditesta da due giorni!” e un altro aggiungerà “non farmici pensare, pensa che io ad ogni cambio di stagione devo mettere in conto almeno una settimana di mal di testa, fotofobia e secchezza delle fauci” l’ultimo della fila dirà “sto così male che dovrei essere morto”.

il discorso vale in qualsiasi ambito. se compri un vestito c’è chi l’avrà pagato meno di te “massì io compro tutto al mercato, sopra i 10 euro non compro niente”, in quel ristorante avrà mangiato molto molto peggio di te, in quel posto di vacanza le zanzare erano davvero cattivissime, credimi. le tue erano inutili moscerini.

e via così.

il problema è che questo sistema del “io sto peggio” si sta applicando in un’assurda gara tra poveri. se uno scrive “sono precario, ho un figlio e una moglie da mantenere” l’altro risponde “beato te che hai solo un figlio. io ne ho tre e mia moglie è di nuovo incinta” e giù giù fino al delirio…

sì, delirio, perchè è assurdo fare una gara su queste cose. ho appena letto, giuro, una che in risposta a una ragazza madre precaria che vive con i genitori e con cui divide l’affitto  ha scritto: “siamo più precari noi, senza nemmeno la precarietà dell’affitto. siamo direttamente senza niente”.

io, davvero, non oso nemmeno immaginare il dramma di queste persone, però non capisco il senso. chi sta male sta male anche se c’è chi è messo peggio. e sapere che c’è chi sta peggio consola ben poco.

forse è un modo per far sentire la propria voce, forse si cerca, così, di attirare l’attenzione su queste situazioni terribili, ma è la rabbia che c’è in queste risposte a farmi pensare: quanto dolore bisogna provare per essere così arrabbiati contro chi è messo un po’ meno peggio di te?

ma anche contro chi sta bene, come se stare bene fosse una colpa. a volte è solo culo. o è solo questione di tempo.

una donna,ieri, ha risposto su twitter a un vip che si lamentava del viaggio milano-roma roma-milano tutto in una giornata, gli ha scritto cattivissima che c’è chi fa il pendolare per lavorare in fonderia, per mantenere una famiglia con quattro spicci.

ora, parliamoci chiaro, il vip che si lamenta è assolutamente umano. quante volte al giorno ci lamentiamo di come stiamo, di come ci stentiamo, di quanto ci pesa il nostro lavoro? mille. non negatelo. e scazza a tutti spararsi 1200 km in un giorno anche se sei pagato profumatamente. e nessuno ci viene a dire “ah meglio che la fonderia”. solo perchè uno è famoso non è che ha tutte le colpe del mondo, perchè “privilegiato”. alcuni lavori sono semplicemente pagati meglio di altri. punto.

insomma. oggi ce l’ho con queste “gare” con l’abitudine continua al lamento. perchè rischia di trasformare qualcosa di giusto e sacrosanto – ricordare i diritti violati, le situazioni tragiche che si vivono in questo periodo storico, ecc.. – in una litania senza senso, come quella di chi chiede l’elemosina sulle metropolitane: con il tempo smetti di ascoltare e di guardare.

bisognerebbe puntare la rabbia e la voglia di riscatto su qualcos’altro, ma non so come, non so con chi. qualcuno può aiutarmi?

Opartigianoportamivia

non ho partigiani in famiglia.

i due “vecchietti” di casa non erano nel posto giusto al momento giusto. lo zio, al sud, ha visto arrivare subito gli americani e forse – se se lo ricordasse – potrebbe raccontarci com’era stare lì, a casa, con tutti sti americani intorno.

la nonna viene dalla romagna e ci si aspetta, conoscendola, che abbia pedalato per tutta la regione portando viveri e messaggi. non illudetevi. lei si era già trasferita da un pezzo. se ne stava qui, non ha mai imparato ad andare in bicicletta e viveri e messaggi arrivavano in un altro modo. soprattutto i messaggi avevano altri scopi e tutti piuttosto romantici, ma vabbè, sto divagando.

ci mancano i partigiani, è vero, ci mancano le storie delle sentinelle e dei nomi di battaglia, ci manca l’emozione di essere liberati dalla dittatura dopo vent’anni…

(ci manca, ma forse questa cosa non ci manca del tutto. certo ora è tutto meno spettacolare e immediato, ma ci son stati momenti in cui ho capito davvero il senso della parola Liberazione)

però se penso al 25 aprile e al primomaggio penso sempre a due giornate piene di sole in cui è vacanza e senti il cuore leggero, come se appartenessi a qualcosa di bello.

e penso che per festeggiare, per manifestare al mondo che io ci sono farò una cosa semplice, ma evidentissima in questo mondo di grigioni: metterò una maglietta rossa.

non ridete, so che è davvero poca cosa, ma son sempre stata convinta che le rivoluzioni passano anche dai gesti piccoli, piccolissimi.

ed è da ieri che penso che forse anche mio fratello avrà una maglietta rossa. se ce l’avrà vorrà dire che almeno un po’, un pochino, lo conosco e che siamo già in due a fare la rivoluzione.

 

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