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Come si dice addio a una casa?

non sono una di quelle persone che si affeziona agli oggetti – tranne che ai libri, ma i libri non sono “cose”, sono storie vive – e nemmeno alle case.

non ho fatto molti traslochi in vita mia e tutti così vicini al luogo in cui sono cresciuta da non farmi pensare che fosse una cosa definitiva. in fondo ero sempre LI’, a Casa.

tra due giorni, però, dovrò salutare per sempre un appartamento non mio, in cui non ho mai vissuto e nel quale sono entrata pochissime volte negli scorsi anni – moltissime, negli ultimi mesi -.

sento il bisogno di dire addio a quel posto, di fermarmi prima di chiudere tutto e lasciarlo al suo destino. forse perchè chi realmente perde quella casa non può più farlo, perchè la sua vita è altrove, anche se il suo cervello non lo sa.

e non so come dire addio a tutto. niente feste, niente casino. da festeggiare c’è poco. quasi nulla. vorrei forse che la casa capisse – come se fosse viva – che non la sto abbandonando perchè non la volevamo più, ma per permettere a chi l’ha amata e abitata – scelta, costruita, riempita di vita e di ricordi – di avere un futuro dignitoso, con meno pensieri possibili.

vorrei fare qualcosa e, contemporaneamente, non fare nulla. voglio prendermi mezzora di silenzio e guardare ogni angolo. sarà una cosa difficile da fare? piangerò? come mi sentirò dopo?

non posso saperlo. so, però, che dire addio a quella casa è chiudere un capitolo. è togliere qualcosa che sarebbe dovuto rimanere lì dov’è, senza muovere una virgola. come uno scrigno di tesori.

è una scelta dolorosa, ma fatta con amore. spero che tu possa capire, spero che l’addio non sia così doloroso.

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RIP VICINODICASA

il vicino di casa, quello del piano di sotto che picchiava il soffitto a ogni minimo rumore, è morto pochi giorni fa.
non abitava nel palazzo già da qualche mese, probabilmente si è trasferito da dei parenti, o in ospedale, chi lo sa, e la sua assenza faceva più rumore della sua presenza.
i primi giorni eravamo sul chivalà, immaginando potesse tornare da un momento all’altro, e ogni volta che ci cascava qualcosa di mano stavamo con il fiato sospeso, in attesa di un suo colpo.
i giorni sono diventati settimane, nemmeno gli altri condomini avevano sue notizie e un po’ abbiamo iniziato a preoccuparci.
speravamo quasi di risentire i suoi colpi per sapere che era tutto ok.
sì, mi rendo conto che è una cosa da folli, ma, nonostante il fastidio e i momenti di isteria a cui ci portava, non gli avremmo mai augurato qualcosa di male.
dopo mesi di silenzio abbiamo visto l’altra mattina il cartello delle pompe funebri su un muro del centro.
ci siamo intristiti e dispiaciuti, ci siamo sentiti sollevati nel sapere che aveva una famiglia che si è presa cura di lui.
abbiamo scoperto che era una persona abbastanza conosciuta in città e i ricordi sui giornali erano pieni di parole di affetto e di stima. noi abbiamo conosciuto il suo lato peggiore – probabilmente la malattia lo faceva diventare intollerante al mondo – e in molti ci avevano detto che “una volta” non era così, ma poi si era ritirato nel suo mondo.
riposa in pace vicinodicasa, mi dispiace averti insultato, ma eri davvero insopportabile, anche se ora capisco i motivi del tuo delirio.
spero che dove sei adesso ci siano persone tranquille e silenziose.

le case che ho visto

negli ultimi due anni ho visto un sacco di case.

stiamo benissimo dove siamo, ma pensiamo sempre che dovremmo comprare una casa, che non possiamo stare in affitto in eterno.

già.

solo che con il nostro budget spesso ci presentano soluzioni che – ragazzi miei – fanno veramente paura.

ho visto appartamenti di tutti i tipi. uno dei peggiori era in una palazzina nuovissima, con ancora l’odore della vernice.

spacciato per trilocale era in realtà un buco buio in cui la seconda camera si andava a creare grazie alla seguente genialata: qui c’è questa cucina senza finestre, sposti gli attacchi nel salotto, muri la porta da questo lato e ne apri una sull’altro lato dove c’è la zona notte. vi giuro che le celle di alcatraz erano più grandi.

in un’altra – anche quella nuova e con tutti gli optional possibili – c’era il parquet sollevato causa umidità. in effetti la macchia di muffa sul muro sovrastante era piuttosto vistosa: “massì, si sistema con niente! una mano di bianco e passa tutto”.

ci sono state case vecchie in cui mancavano i vetri alle finestre, altre in cui era impossibile vivere senza dover convivere con la famiglia del palazzo di fronte chiedendoti da dove cacchio sarebbe entrata la luce.

cucine così piccole che manco all’ikea sarebbero riusciti ad arredarle, camere matrimoniali in cui anche se facevi entrare il letto – smontandolo, ovvio – ti rimaneva il dubbio di come far entrare il materasso. per non parlare di un armadio.

case giganti, anche belle, ma in posti dove, ormai, non esiste nemmeno più un panettiere a portata di mano. annunci che recitano “parcheggio nelle vicinanze”. riscaldamento a pavimento installato per necessità, perchè così si guadagnano gli spazi occupati dai caloriferi.

sottotetti spacciati per mansarde. bagni che perdono acqua in più punti anche se risultano, sulla carta, ristrutturati di recente.

adesso andrò a vedere un altro appartamento. prezzo stracciato, con box. già rinnovato, dicono. al primo piano in un cortile interno.

certo, forse siamo noi troppo esigenti, dovremmo accontentarci, ma…

ma è giusto che dopo aver lavorato una vita uno possa permettersi di acquistare solo un tugurio? è così assurdo volere qualcosa di bello, tenuto bene? anzi. pretendere di avere qualcosa di bello?

non stiamo parlando della villa in campagna, o del loft con vista sulla grotta azzurra e piazza della signoria contemporaneamente. stiamo parlando di un trilocale con box in una cittadina di medie dimensioni.

forse siamo solo dei poveracci rispetto agli standard. forse siamo davvero incontentabili.

vediamo questo, magari è la volta buona.

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