Passata di Moda

non mi rassegno alla fine dei blog

Archivio per la categoria “passatadimoda”

Fragola

Finita la ceretta l’estetista mi ha messo la crema, come sempre. Non ho fatto caso al profumo, non subito. Poi mi sono accorta che è il profumo di un ricordo, ma quale?

È un ricordo di inverno, perché mi fa freddo alla punta del naso, è un ricordo di baci perché lo sento sulle labbra, ma nella gola c’è il pianto.

Profumo di fragola. La fragola chimica dei cosmetici, non è una fragranza mia, e non è di qualcuno che ho intorno adesso. Quindi è molto tempo fa.

Si fa strada nella testa. Prende forma. Sa di gioia pura e di abbandono, ma sono sensazioni razionali che non hanno più risonanza emotiva.

Cerco di capire l’origine della fragolachimica e ritrovo un pacchetto di fazzoletti per bambini. Non ho mai i fazzoletti, non erano miei, ma me li trovavo in tasca.

Me li davi tu. Perché era inverno e faceva freddo. Ci baciavamo tanto e ridevamo tantissimo. Abbiamo pianto anche tantissimo (apprezzalo, ho detto abbiamo, che il tempo equilibra emozioni e colpe, il tempo fa dire “è stata dura, ma che meraviglia che sia andata così”).

Ifazzoletti li comprava tua madre, per tuo nipote bambino. E il profumo è arrivato qui nel mio cervello attraversando gli anni e le vite vissute.

Ho annusato un ricordo, profuma di fragola.

Annunci

Pensieri dell’alba meno un quarto

image

Stamattina,  all’alba meno un quarto sento Lui che traffica in camera. Sta preparando la borsa per una trasferta lampo che gli hanno comunicato ieri sera. Non ricordo la destinazione.
Melfi, mi dice, ma non sono ancora sicuro di partire.

Io sono già oltre. All’alba meno un quarto di un giovedì mattina il mio cervello  ha pensato queste cose:
1. C’è un bel museo a Melfi, dentro un castello. Però dubito che riesca ad andare a vederlo. Non glielo dico.
2. Alla Fiat di Melfi lavora il figlio di mio cugino. Vai alla Fiat? Chiedo. Mi dice si e allora io dico la cosa più ovvia. Allora cerca à Ppietro che sta là e magari stasera ti porta pure da zia e ti magni i troccoli. (Quando parlo dei parenti di giù mi viene sempre uno pseudo accento pugliese che ai pugliesi veri suona come a me Aldo che dice “è Buona questa cadreck”)

Poi ho fatto  un attimo di silenzio  perché  mi è venuta la tristezza perché  Lui doveva partire.
Non ho pensato a niente per un po’. Se non ai baci e ai saluti  e a bere un caffè insieme. Le solite cose, insomma.

Lui è uscito. Dopo dieci minuti ho pensato a

3. Però se va giù  magari un piatto grande di terracotta  con su il galletto…
4. L’origano!  L’origano! Gli scrivo un sms. Non all origano. A Lui.
5. Ma anche dei taralli, delle orecchiette
6. Adesso chiamo mio cugino e gli dico di dire a suo figlio di cercarlo per tutto  lo stabilimento. Che sarà  mai.
7. Anche un sei bicchieri non sarebbero  male.

Per ora sono ferma qui. Non voglio che parta, ma se dovesse partire ho già le richieste pronte. Vi serve qualcosa “da ggiù?”.

Ventanni

Neri_Per_Caso_-_Le_Ragazze

che l’operazione nostalgia abbia inizio.

sono arrivata in quell’età in cui le cose emozionanti dell’adolescenza/prima giovinezza risalgono a vent’anni fa. quindi sono vent’anni da quando non mi perdevo una puntata di Beverly Hills 90210, o da quando andavo in gita in montagna a Primolo. O vent’anni dalle prime giornate con gli amici a parlare di niente e ridere un sacco.

Sono passati vent’anni dall’uscita del primo album dei Neri per Caso.

Lo so, vi stupisce che io lo sappia e vi stupiscono i miei gusti musicali. Non sono sempre stata la rocchettara grezza che conoscete o la sinistroide tutta cantautori che amate tantissimo. Io sono stata, e sono tutt’ora, una fan sfegatata dei Neri per Caso.

Avevo comprato la cassettina e l’ascoltavo compulsivamente con il walkman. Non potevo farne a meno. E non sto facendo un’iperbole, perchè davvero me la portavo ovunque, anche a scuola. Anche senza walkman io mi portavo la cassetta appresso e la guardavo, leggevo e rileggevo i testi.

Sì ero un’adolescente e queste cose a quell’età sono all’ordine del giorno. Avevate anche voi il vostro feticcio.

Io avevo loro. Io e la mia amica Nicchi avevamo loro.

Cantavamo, schioccavamo dita e facevamo tichitì, ma, soprattutto, scrivevamo lettere e facevamo telefonate.

Già perchè allora noi due fanciulle abbiamo avuto un colpo di genio pazzesco: abbiamo cercato il numero di telefono di casa per Caso e abbiamo dato il via a una serie di telefonate.

Peccato che la stessa idea l’abbiano avuta tutte le fan italiane del gruppo. E pure qualche straniera. Ma a noi non importava. Facevamo scorta di monete e andavamo alla cabina del telefono (da casa dopo la prima salatissima bolletta non ci siamo più arrischiate) tutto per parlare di niente con i nostri beniamnini che, poveretti, avevano pure la pazienza di risponderci e darci retta. A noi e a tutte le altre.

Non sono mai stata a un loro concerto, vent’anni fa ero comunque troppo giovane per avere il permesso di andare a un concerto di chicchessia, ma ho ascoltato le loro canzoni tante di quelle volte che potrei fare da “gobbo umano” nel caso avessero bisogno di ricordarsi le parole.

Adesso li seguo su facebook e twitter e l’alone di mistero che li circondava è un po’ scemato, ma non l’affetto. quell’emozione che mi hanno fatto provare è rimasta.

quindi auguri ragazzi. vi abbraccio fortissimo.

PS: in più hanno appena fatto questa cosa e ci voglio ancora più bene a loro, ci voglio.

Domande su Peppa Pig

peppa1 Come ogni genitore del mondo con un figlio tra gli 1 e i 4 anni sto affrontando la fase Peppa Pig. All’inizio ero prevenuta, ma più vedo le puntate – le stesse puntate, più e più volte – più mi piace e mi diverte. Ovviamente, come tutti gli altri genitori del mondo, mi pongo domande esistenziali su Peppapiglandia e i suoi abitanti. Vi prego aiutatemi a trovare risposte.

Perché tutti dicono che Papà Pig è grasso? È strutturato ESATTAMENTE come ogni altro maschio di Peppapiglandia. Enorme corpo sferico con gambette secche secche. Il Signor Toro, il Signor Coniglio, il signor Volpe e pure quel saccente di Nonno Pig sono fatti così, ma nessuno dice loro “hai il pancione” oppure “sei grasso”. Ho idea che sia tutto parte di un progetto per minare la psiche del poveretto e farne salsicce.

Perché le sorelline di Zooey Zebra non vanno all’asilo con gli altri bambini? C’è del razzismo di fondo? Madame Gazzella le odia?

E a proposito di madame Gazzella… È una Gazzella, ma parla, in originale, con accento tedesco. Deduco allora che sia immigrata in germania, magari in uno zoo. Tipo allo zoo di Berlino. Insieme alle altre gazzelle Rock, la band di cui era leader carismatica. Se era allo zoo di Berlino però si faceva di eroina e altra roba pesantissima. Poi ha mollato tutto si è disintossicata e ha trovato lavoro come insegnante. Tutto torna.

Tutti parlano dello strapotere lavorativo della signorina Coniglio, ma nessuno ha notato che anche il Signor Toro e il Signor Coniglio fanno mille lavori? E c’è chi insinua una relazione tra il Toro e la Coniglio (lei è anche ministro del lavoro e ha assegnato i ruoli a tutti quanti, in particolare al suo amante segreto).

Susy Pecora. Io su Susy Pecora voglio scrivere un libro. Innanzitutto sua madre è l’unica madre single della città. Il signor Pecora, o meglio, il Signor Montone ha sicuramente lasciato figli di qua e di là e la povera Mamma Pecora si è trovata da sola a crescere una pecorella. Per fortuna che ha trovato l’affetto di Nonno Cane che un po’ la sostiene (non si discute. Mamma Pecora sta con Nonno Cane. È PALESE). La bambina (bambina, pecora, oserei dire pecorina, ma poi lo so che pensate) un po’ ci soffre della mancanza del padre (siamo sempre in un cartone animato in cui tutte le famiglie sono sposate e tradizionalissime) e dimostra il suo disagio con l’attaccamento morboso a Peppa – si deduce quando Peppa è in vacanza e Susy citofona ogni 10 minuti per sapere se è tornata – e, soprattutto, con la sua discussa passione per i costumi da infermiera. Una pecora infermiera. (Non girate i fattori di questa frase per carità). Sta poveretta pensa che prendendosi cura degli altri, gli altri la ameranno, dandole l’affetto di cui ha bisogno. No Susy, non farlo! Se no fai la fine di tua madre!

Pedro Pony. Non ho molto da dire su di lui, ma volevo nominarlo perché lo prendono sempre in giro e mi dispiace. Alle superiori verrà bullizzato fisso da Danny Cane e da Edmond Elefante, ne sono certa.

Concludo con un quesito letto stamattina su Facebook: perché in Peppa Pig non ci sono i Pinguini? Aggiungo: perché non ci sono volatili? Eh? Il signor Adam Airone e famiglia? E la signorina Cindy Cinciallegra? Voglio volatili a Peppapiglandia. E non al forno, come già pensa Nonna Pig, li voglio a scuola, che guidano l’autobus, al negozio del signor Volpe, al castello Ventoso! Siete con me?

Guarda l’ alba – Carmen Consoli

Già natale il tempo vola,
l’incalzare di un treno in corsa,
sui vetri e lampadari accesi nelle stanze dei ricordi,
ho indossato una faccia nuova,
su un vestito da cerimonia
ed ho sepolto il desiderio intrepido di averti affianco,

Allo specchio c’è un altra donna,
nel cui sguardo non v’è paura
com’è preziosa la tua assenza
in questa beata ricorrenza,
ad oriente il giorno scalpita non tarderà..

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere,
quasi sembra che ci inviti a rinascere,
tutto inzia,
invecchia,
cambia,
forma,
l’amore tutto si trasforma
l’umore di un sogno col tempo si dimentica..

Già natale il tempo vola,
tutti a tavola che si fredda,
mio padre con la barba finta
ed un cappello rosso in testa
ed irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa,
ad oriente il giorno scalpita,
la notte depone armi e oscurità..

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere,
quasi sembra che ci inviti a rinascere,
tutto inizia,
invecchia,
cambia forma,
l’amore tutto si trasforma,
persino il dolore più atroce si addomestica,
tutto inizia,
invecchia,
cambia,
forma,
l’amore tutto si trasforma,
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera..

Incipit di libri che non scriverò/1

eravamo in sei.
nessuno di noi indossava la canottiera, nonostante il vento gelido.
avevamo tutti tra i 30 e i 40 anni, ma ancora dicevamo di non sentire il freddo.
chi di noi aveva figli non la metteva nemmeno a loro, la canottiera, considerata un elemento inutile della vestizione mattutina.
per me la canottiera era un abito estivo, pensa te, e anche se ne avessi indossata una di quelle che possedevo non mi avrebbe riparata dalle sferzate che colpivano la pancia e la schiena.
nessuno osava muoversi, nessuno voleva essere il primo a dichiarare brividi e pelle d’oca.
avere tra i 30 e i 40 anni, non volersi arrendere, credere di essere ancora noi, anche se con i bambini parcheggiati all’asilo e i mutui e le automobili familiari.
eravamo ancora noi, gli inesorabili cazzoni di quindici anni prima. eravamo ancora noi, ma da lì a poco non lo saremmo stati più.
non lo sapevamo, ancora. maledicevamo in silenzio il vento e l’inverno che ci entravano nella schiena e quel momento era importante, quel momento e basta.
eravamo in sei sulla collina quel giorno.
ci importava quello e niente altro.

L’abitudine – stesse strade stesse facce

cammino ogni giorno per la stessa strada.
agli stessi orari.
incontro le stesse persone che fanno le stesse cose ogni giorno.
quando arrivo in centro incontro lo stesso autobus alla fermata davanti al bar che riparte prima che io attraversi la strada, il barista esce con il vassoio a portare il cappuccino allo stesso tizio seduto al solito tavolino. lascia la tazzina e la brioche e quando alza la testa mi vede e mi saluta.
proseguendo per la via le solite tre ragazzine. vanno verso il liceo e mi chiedo da quando la scuola comincia alle nove.
poi c’è il negozio di quadri e in piazza i macellai che scaricato il camion vanno a bere un caffè.
la ragazza della pasticceria piazza il cartellone con le offerte del giorno pochi istanti prima che le passi davanti.
nell’altra piazza c’è un altro bar e se la proprietaria è fuori e mi vede mi chiede dello zio.
lo zio? c’è ancora? – quando uno invecchia nessuno chiede più “come sta” ma “c’è ancora?” – sì c’è ancora, è a casa, no…non esce più – chissà se vale come modo di “esserci ancora” una vita così, ma è un pensiero breve – intanto sono davanti alle serrande del grande magazzino che si alzano simultaneamente, da dentro già musica a palla e aria freddissima o caldissima a seconda delle stagioni.
e poi l’impiegata del notaio con cui facevo teatro e la libraia che mette l’espositore con le riviste omaggio all’ingresso del negozio.
incontro tante donne e tanti bar.
bevo un caffè anche io, nello stesso posto ogni giorno, ho la tessera e faccio due chiacchere con chi, come me, è lì ogni mattina.
c’è la sciura borghese che fa la radical chic di sinistra e odia Renzi, Berlusconi, D’Alema e anche Alfano. Non posso darle torto, ma ogni mattina la solita storia del “ci stanno derubando” inizia ad essere pesante.
poi prende la Gazzetta e parla di calcio come se ne sapesse a pacchi. Solo perchè suo genero è stato un calciatore di scarsa fama chissà quando.
Saluto e me ne vado mentre il barista dice “sarà anche ora che inizi a lavorare”.
comincio tardi, finisco tardi. non so se è un privilegio.
Arrivo in ufficio e apro le finestre. Accendo i pc e non ci penso più. fino a domattina.
Stesse strade e stesse facce.

Say yes!

E anche George si è sposato.
Non ci bastava aver perso – da mò – il caro vecchio Brad sempresialodato Pitt sommerso da una moglie secca e un sacco di roba da bambini,  no. Ora abbiamo perso pure George.
Ok tecnicamente non l abbiamo nemmeno mai avuto.
Ok le voci sulla sua omosessualità non ci mettevano in cima alla lista delle sue preferenze (anzi, ci mettevano proprio fuori lista)
E ok che prima di noi c’era una fila di strapagnone che avrebbe fatto arrivare il nostro turno con George ormai nella teca delle ceneri, ma, gente, noi sapevamo che era libero.
Lui con il ciuffo e le mossette, lui goliardico cazzone che fa i film con gli amichetti del cuore, lui che prepara caffè su caffè e, qui sono di parte,  è pure un eccellente pediatra

Io: “George il pupo ha la tosse”
Lui, mentre sistema il ciuffo, “love of my life, dagli lo sciroppino e portalo da tua madre”
Io:”perché da mia madre?”
Lui, in smoking mentre scosta un drappo rosso di velluto che fino ad un attimo prima non c’era e svelando un tavolino apparecchiato per due con candele e violinista incorporato,  “per questo” fa lo sguardo basso e sexy, “what else?” Ammicca
Io: “sbam” (rumore di svenimento tipo caddi come corpo morto cade)
Polpetta: “mamaaaaaaa mamaaaaaaaa. Coff coff, scatarr, coff coff verso del maiale”

Va beh. A parte questo. Ci siamo giocate anche George. Ha scelto una molto bella, molto colta e a cui stanno bene un sacco di vestiti, dai partiva avvantaggiata nella riffa, non possiamo lamentarci.
Si fosse sposato con chi sappiamo noi- si quella – avremmo anche potuto costituirci in una cooperativa e fare una di quelle azioni legali di gruppo -hanno un nome ma  non lo ricordo e mica lo cerco- insomma avremmo avuto il nostro riscatto.
Così non possiamo fare molto.
Li guardiamo sfrecciare in laguna, eleganti e scintillanti, verso un futuro luminoso (a forma di qualche campagna elettorale iuessei) e un po’sospiriamo,  un po’ ci viene la lacrimuccia.
Ma poi chissene frega.
George,  tanti auguri,  felicitazioni e se le cose non dovessero andare, lo sai, sono qui. Mi riconoscerai, sono in coda, la numero 2.456.776.

Primavera, Luca Carboni eccetera

Bisogno di leggerezza e di pesanti passioni

Ho scritto poco fa su Facebook.  È una frase di Primavera,  canzone di Luca Carboni – non fate sbattimenti, ve la posto in fondo quando ho finito – ed è un po’il simbolo del cambio stagione. Da sempre.
O comunque da quando è uscito Persone Silenziose (Wikipedia mi aiuta e mi dice 24 novembre 1989.)
1989, sarà stato un po’ dopo, ma non troppo, perché quando dice “volevo fare il bensinaio” mi viene in mente quello che c’era nel quartiere quaando ero piccola. L’unico benzinaio che conoscevo. Quindi si, tagliamo la testa al toro. Primi anni 90.
E la primavera la annusavo già verso metà febbraio, passato il mio compleanno.  Però la mattina faceva ancora troppo freddo e la sera troppo buio, ma la sentivo e mi passava la paura che non sarebbe mai finito l’inverno.
Una decina di anni fa, quindi una decina di anni dopo Persone Silenziose, all’incirca,  la mia amica del cuore e io avevamo preso l’abitudine di chiamarci non appena sentivamo quel profumo di primavera. 
Quest’anno eravamo insieme quando l’odore è arrivato e ci siamo rilassate insieme sapendo che era finita, finalmente, l’agonia dell’inverno.
E oggi è primavera,  anche se lo è da una settimana visti il caldo e i fottii di margherite nei prati,  e io non ho ancora deciso cosa fare, a quale bisogno di leggerezza dare corda, cosa far scoprire di nuovo oggi a polpetta.
Improvviserò.

(Città) è bella ma non so se ci vivrei

Stavolta il suggerimento arriva da Chiara che mi invita a parlare di una città bella in cui però non vivrei. Come luogo comune insegna.

Ne ho scelte un po’  perché faccio sempre come cavolo mi pare


Continua a leggere…

Navigazione articolo