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I Barboni della mia città/2: Oliva

Oliva la trovavi sull’autobus.

La chiamavano barbona, ma forse era solo un po’ matta e non stava mai a casa.

Aveva i capelli grigi, li portava raccolti, un po’ spettinati e indossava i vestiti “da casa” delle nonne, con i calzini di lana e le ciabatte. A Oliva piaceva stare sull’autobus, tutti gli autisti la salutavano per nome, e non so se facesse il biglietto.

Oliva faceva una cosa bellissima. Ogni volta che il bus arrivava a un incrocio cantava la “canzone del semaforo”. Grazie all’unione della memoria di quattro o cinque persone sono riuscita a risalire al testo della canzone, faceva così:

Segna rosso e non lascia passar, poi c’è il verde e lascia passar

vi evito il file audio con la melodia. A Oliva piaceva cantare. Un’altra delle sue hit era:

buondì, mio dolce amor, buondì

e spesso, se la trovavi alla pensilina del bus, ti chiedeva se avevi una “fumarola”.

Non so davvero chi fosse e se avesse una casa, forse sì, forse aveva pure una famiglia, chi lo sa, ma Oliva è un altro bel personaggio sparito. Salivi sull’autobus e lei c’era, con la cicca spenta in bocca, i calzini, le canzoni.

Chissà quando è morta. Magari è sparita quando ho smesso di prendere l’autobus. Dissolta, come un sogno. O un fantasma.

Magari su certe linee notturne la si può sentire ancora cantare.

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I Barboni della mia città/1

vediamo se ho la costanza di fare davvero una serie di post.

 

Perchè i barboni? perchè sono i personaggi più riconoscibili di una città, o di un quartiere. Qui ce ne è un bel po’. Non voglio entrare nel merito della faccenda “teniamo pulite le città” oppure “aiutiamo la povera gente”. Non mi interessa. Ho solo voglia di raccontare storie.

Anna aka La Barbona

comincio da lei, perchè è la prima di cui ho memoria. Fin da quando ero bambina l’ho vista aggirarsi per la città, grassa, lercia, carica di borse.
Averla vicino era insopportabile tanta era la puzza che emanava. Una volta entrò in banca attraverso quei cilindri con metal detector, quelli che permettono solo a una persona alla volta di entrare. Quando uscì la banca rimase inagibile per una buona mezzora. Chi era dentro aveva schifo a uscire (anche se molti combattevano con l’odore rimasto negli uffici e cercavano di capire quale fosse il male minore) chi era fuori, come me, non voleva entrare.

Sì, La Barbona entrava in banca. Si raccontava, come di molti senzatetto, che fosse in realtà miliardaria (in Lire) e che fosse impazzita per qualche motivo, ma non abbastanza perchè i figli e i parenti potessero prendere il patrimonio che lei, pare, amministrava ancora con precisione.

Spesso arrivava in centro negli orari e nelle giornate di punta. Andava diretta verso il posto più affollato e, ridendo, faceva pipì. Secondo me adorava vedere il fuggi fuggi della gente.
Rideva moltissimo quando faceva questo scherzetto, forse non era nemmeno così pazza, forse aveva raggiunto un livello di libertà che nemmeno con venti viaggi in India sottobraccio al guru dei guru mi donerebbero.

A me la barbona Anna faceva paura. Non chiedeva niente, non parlava con nessuno. Però mi metteva timore.

Un giorno, avevo circa diciotto anni, ho saputo che l’avevano trovata morta, su una panchina della stazione di Bergamo. Chissà cosa hanno trovato in tutti quei sacchetti.

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