Passata di Moda

non mi rassegno alla fine dei blog

Archivi per il mese di “ottobre, 2014”

Incipit di libri che non scriverò/1

eravamo in sei.
nessuno di noi indossava la canottiera, nonostante il vento gelido.
avevamo tutti tra i 30 e i 40 anni, ma ancora dicevamo di non sentire il freddo.
chi di noi aveva figli non la metteva nemmeno a loro, la canottiera, considerata un elemento inutile della vestizione mattutina.
per me la canottiera era un abito estivo, pensa te, e anche se ne avessi indossata una di quelle che possedevo non mi avrebbe riparata dalle sferzate che colpivano la pancia e la schiena.
nessuno osava muoversi, nessuno voleva essere il primo a dichiarare brividi e pelle d’oca.
avere tra i 30 e i 40 anni, non volersi arrendere, credere di essere ancora noi, anche se con i bambini parcheggiati all’asilo e i mutui e le automobili familiari.
eravamo ancora noi, gli inesorabili cazzoni di quindici anni prima. eravamo ancora noi, ma da lì a poco non lo saremmo stati più.
non lo sapevamo, ancora. maledicevamo in silenzio il vento e l’inverno che ci entravano nella schiena e quel momento era importante, quel momento e basta.
eravamo in sei sulla collina quel giorno.
ci importava quello e niente altro.

L’albero

Mi chiedo come sono arrivata fin qui. E come ci sei arrivato tu.
E come sia arrivato il bimbo biondo che dorme di là, mentre penso a queste cose.
“Uh ma come è biondo! E che occhi azzurri! Come mai? Da chi li ha presi? ”
Nessuno mi ha mai chiesto da chi ho preso i miei di occhi,  né il colore dei capelli.
Di lui me lo chiedono e io vorrei portare tutte le foto che ho. Di una e dell’altra famiglia, piene di biondi occhiazzurri.
Ci sono persone che non conosco in quei ritratti e in una manciata di anni ci saremo anche noi in foto simili.
Ho questa fissa da un pezzo. Scoprire le nostre storie,  per riempire tutto il percorso che ci ha portato qui. Vorrei arrivare indietro di cento, duecento anni. Di nonno in nonno, di occhi azzurri in occhi azzurri. In paesi mai sentiti. Sempre più a nord da un lato e sempre più a sud dall’altro.
Perché il punto esatto di arrivo -che poi è solo una tappa, una ripartenza – di questa storia dorme di là.

L’abitudine – stesse strade stesse facce

cammino ogni giorno per la stessa strada.
agli stessi orari.
incontro le stesse persone che fanno le stesse cose ogni giorno.
quando arrivo in centro incontro lo stesso autobus alla fermata davanti al bar che riparte prima che io attraversi la strada, il barista esce con il vassoio a portare il cappuccino allo stesso tizio seduto al solito tavolino. lascia la tazzina e la brioche e quando alza la testa mi vede e mi saluta.
proseguendo per la via le solite tre ragazzine. vanno verso il liceo e mi chiedo da quando la scuola comincia alle nove.
poi c’è il negozio di quadri e in piazza i macellai che scaricato il camion vanno a bere un caffè.
la ragazza della pasticceria piazza il cartellone con le offerte del giorno pochi istanti prima che le passi davanti.
nell’altra piazza c’è un altro bar e se la proprietaria è fuori e mi vede mi chiede dello zio.
lo zio? c’è ancora? – quando uno invecchia nessuno chiede più “come sta” ma “c’è ancora?” – sì c’è ancora, è a casa, no…non esce più – chissà se vale come modo di “esserci ancora” una vita così, ma è un pensiero breve – intanto sono davanti alle serrande del grande magazzino che si alzano simultaneamente, da dentro già musica a palla e aria freddissima o caldissima a seconda delle stagioni.
e poi l’impiegata del notaio con cui facevo teatro e la libraia che mette l’espositore con le riviste omaggio all’ingresso del negozio.
incontro tante donne e tanti bar.
bevo un caffè anche io, nello stesso posto ogni giorno, ho la tessera e faccio due chiacchere con chi, come me, è lì ogni mattina.
c’è la sciura borghese che fa la radical chic di sinistra e odia Renzi, Berlusconi, D’Alema e anche Alfano. Non posso darle torto, ma ogni mattina la solita storia del “ci stanno derubando” inizia ad essere pesante.
poi prende la Gazzetta e parla di calcio come se ne sapesse a pacchi. Solo perchè suo genero è stato un calciatore di scarsa fama chissà quando.
Saluto e me ne vado mentre il barista dice “sarà anche ora che inizi a lavorare”.
comincio tardi, finisco tardi. non so se è un privilegio.
Arrivo in ufficio e apro le finestre. Accendo i pc e non ci penso più. fino a domattina.
Stesse strade e stesse facce.

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