Passata di Moda

non mi rassegno alla fine dei blog

Archivi per il mese di “maggio, 2012”

razzista

ieri ero in coda per fare gli esami del sangue. eravamo in molti, tutti a digiuno, molti con un barattolino di pipì infilato in un sacchetto e tenuto un po’ nascosto, o in borsa.

eravamo lì per vari motivi legati alle varie età. colesteroli e glicemie la facevano da padrone, comunque.

tra noi c’era questa ragazza incinta di circa 6 mesi (così a occhio. non attacco bottone con le gravide chiedendo loro “di quanto sei?” “maschio o femmina?” “deciso il nome?”. no, in verità è quello che ho fatto non appena è arrivata una mia compagna di scuola con un po’ meno pancia dell’altra ragazza) che aspetta il suo turno.

ogni tanto parla al telefono perchè qualcuno la chiama. non la sento ma penso che dica cose tipo “sono ancora qui” “no, non mi hanno detto niente” “ti chiamo quando ho finito”. siamo lì tutti  più o meno da un’ora e mezza. il corridoio è stretto, comincia a fare caldo e ci siamo pure beccati il terremoto.

eravamo tutti convinti di stare per svenire. maledicendo il digiuno forzato pre esami.

finalmente le cose cominciano a muoversi un po’ più velocemente – il terremoto avrà contribuito? – e arriva il turno della ragazza panzuta che è un paio di numeri prima di me.

entra. esce.

entra una sciura con la stampella.

ripassa la ragazza panzuta e rientra nella sala prelievi.

ed è qui che accade.

il signore davanti a me comincia a dire “ecco, lo sapevo. fanno quello che gli pare questi qua. ha passato tutta la mattina al telefono, e adesso entra ed esce come le pare”

“anch’io ho fatto un paio di telefonate, non se ne è accorto?” questa sono io

“eh ma che c’entra lei. è normale. se deve telefonare…”

“ah, io sì e lei no?”

“eh ma quelli là non hanno rispetto di niente”

“perchè? lei sì?”

iniziano a sentirsi dei “brava brava” e tutti annuiscono.

il vecchio borbotta qualcosa.

“la smetta di giudicare la gente solo perchè non è bianco pallido  come lei.”

ho sempre odiato chi giudica e condanna solo guardando il colore della pelle, o leggendo un cognome.

forse perchè spesso mi hanno detto “ah, allora lei non è di qua”. forse perchè mi hanno insegnato a non giudicare gli altri. e che, banalmente, “siamo tutti uguali”.non voglio essere, però, la paladina dei diritti altrui. se il vecchio avesse avuto le palle avrebbe direttamente detto quelle cose alla ragazza. e, sicuramente, lei si sarebbe difesa molto bene.

ma il vecchio pensava di averla fatta franca, di godere dell’appoggio di qualcuno introrno a lui. e non ho saputo resistere. adoro far vergognare i “cattivi”.sono razzista nei confronti dei razzisti. è possibile?

le case che ho visto

negli ultimi due anni ho visto un sacco di case.

stiamo benissimo dove siamo, ma pensiamo sempre che dovremmo comprare una casa, che non possiamo stare in affitto in eterno.

già.

solo che con il nostro budget spesso ci presentano soluzioni che – ragazzi miei – fanno veramente paura.

ho visto appartamenti di tutti i tipi. uno dei peggiori era in una palazzina nuovissima, con ancora l’odore della vernice.

spacciato per trilocale era in realtà un buco buio in cui la seconda camera si andava a creare grazie alla seguente genialata: qui c’è questa cucina senza finestre, sposti gli attacchi nel salotto, muri la porta da questo lato e ne apri una sull’altro lato dove c’è la zona notte. vi giuro che le celle di alcatraz erano più grandi.

in un’altra – anche quella nuova e con tutti gli optional possibili – c’era il parquet sollevato causa umidità. in effetti la macchia di muffa sul muro sovrastante era piuttosto vistosa: “massì, si sistema con niente! una mano di bianco e passa tutto”.

ci sono state case vecchie in cui mancavano i vetri alle finestre, altre in cui era impossibile vivere senza dover convivere con la famiglia del palazzo di fronte chiedendoti da dove cacchio sarebbe entrata la luce.

cucine così piccole che manco all’ikea sarebbero riusciti ad arredarle, camere matrimoniali in cui anche se facevi entrare il letto – smontandolo, ovvio – ti rimaneva il dubbio di come far entrare il materasso. per non parlare di un armadio.

case giganti, anche belle, ma in posti dove, ormai, non esiste nemmeno più un panettiere a portata di mano. annunci che recitano “parcheggio nelle vicinanze”. riscaldamento a pavimento installato per necessità, perchè così si guadagnano gli spazi occupati dai caloriferi.

sottotetti spacciati per mansarde. bagni che perdono acqua in più punti anche se risultano, sulla carta, ristrutturati di recente.

adesso andrò a vedere un altro appartamento. prezzo stracciato, con box. già rinnovato, dicono. al primo piano in un cortile interno.

certo, forse siamo noi troppo esigenti, dovremmo accontentarci, ma…

ma è giusto che dopo aver lavorato una vita uno possa permettersi di acquistare solo un tugurio? è così assurdo volere qualcosa di bello, tenuto bene? anzi. pretendere di avere qualcosa di bello?

non stiamo parlando della villa in campagna, o del loft con vista sulla grotta azzurra e piazza della signoria contemporaneamente. stiamo parlando di un trilocale con box in una cittadina di medie dimensioni.

forse siamo solo dei poveracci rispetto agli standard. forse siamo davvero incontentabili.

vediamo questo, magari è la volta buona.

Troppo facile ricordare oggi – 23/05/1992

inizio a pensare che il 23 maggio del 1992 sia una specie di undicisettembre per quelli della mia generazione che hanno in testa una certa idea del mondo. per quelli come me che hanno capito chi sono i buoni e i cattivi e hanno scelto di stare con i buoni.

molti, moltissimi miei coetanei stanno scrivendo un ricordo di quel giorno.

forse perchè è stato il giorno in cui abbiamo scelto di stare con i buoni.

io quel giorno facevo la cresima e avevo un vestito che mi faceva vergognare, o forse mi ha fatto vergognare in seguito a ripensarci, non lo so, e il mio problema, quella mattina, era che non si notasse troppo la mia frangetta troppo corta, tagliata con le forbicine pochi giorni prima.

più ci penso più quel vestito mi faceva schifo.

ma era il giorno della cresima e tutti i miei amici erano vestiti in modo veramente terribile – tranne “le solite” quelle belle già allora, quelle che sono state benedette dall’adolescenza e non umiliate da surplus di peli e brufoli, loro avevano dei vestiti fantastici ed erano molto sicure di loro stesse –  però a parte questo non ricordo granchè nè della cerimonia nè di cosa abbiamo fatto nella giornata.

fino a un certo punto.

so che stavamo rientrando in casa – io e la mia famiglia, io con la fronte ancora unticcia di olio santo – e abbiamo incontrato qualcuno, non so chi, che ci disse “hanno ammazzato falcone”.

io non ne sapevo granchè. non sono mai stata un asso nell’associare i nomi e le facce, l’unico falcone che conoscevo era uno dell’altra sezione a scuola, ma era anche lui a fare la cresima quindi non poteva essere.

so che siamo rientrati abbastanza di fretta e subito è stato acceso il televisore. ho visto le foto e ho riconosciuto il giudice.

avevo sentito migliaia di volte la parola mafia e per la prima volta mi sono resa conto che non si trattava di una cosa di ladri contro ladri, come avevo capito dalle cose che sentivo a casa, una cosa di cattivi che si ammazzano tra loro.

a dodici anni, al nord, l’idea che ti fai della mafia non è chiarissima.

però quando ho visto la strada esplosa l’idea che avevo si è trasformata. la mafia non è una bolla chiusa, una specie di mondo parallelo. la mafia è nel mondo. e uccide chi la contrasta.

da quel giorno ammiro il coraggio di chi la combatte. da quel giorno cerco di dire il mio no costante contro la mafia.

in una giornata è cambiata la mia prospettiva. è stata una di quelle giornate che hanno costruito me stessa, così come sono da adulta e come sarò fino alla fine.

e se dico sempre no alle scorciatoie e se rifiuto da sempre certi incontri e certi personaggi è anche grazie a quel momento.

forse è per quello che ricordo con vergogna il mio vestito della cresima, perchè nel mio ricordo c’è una ragazza vestita come una bambina. con un abito che, inevitabilmente, non fa più per lei.

 

Dukan – mai nome di dieta fu più azzeccato

non so quale perversione mi ha spinta a guardare a quest’ora il sito della dieta Dukan.

c’è un box laterale in cui ti chiedono “quanto vuoi pesare?” e “hai fretta di dimagrire?”.

non mi sembrano cose da chiedere alla paziente. è il dottore che decide di solito, no?

se lasci fare a me ti rispondo: io voglio pesare 48 kg al massimo e ho frettissima di dimagrire.

e lo so benissimo che 48 kg sono pochi e perdere tutta sta panza non sarà così semplice, ma tu mi hai chiesto io rispondo.

inserisco i dati e mi esce tutto un form da compilare. ecco, qui mi farà fare almeno un calcolo rapportato a peso e altezza per vedere a che livello sono…no. c’è da dire come è la mia ossatura e il campo del peso che voglio raggiungere è già pre compilato con il dato inserito da ME.

manco quanti anni ho mi chiede.

compilo le varie richieste e mi accorgo che se mi iscrivo rimango invischiata immediatamente nel “Programma Dukan” e sarò seguita da un coach.

Cambio pagina e guardo gli alimenti concessi. Noto con piacere che mi toglierebbe qualsiasi alimento grasso concedendomi un cucchiaino d’olio d’oliva in tutta la giornata.

Le verdure sono completamente escluse dalla dieta, almeno per la prima parte del programma.

Dukan, scusa, sai cosa fa l’intestino se non gli infili dentro nè grassi nè fibre? Produce mattoni con gli spigoli vivi.

Eccerto. Poi ci mando il coach in bagno al posto mio…ah. no, Dukan si è accorto che manca qualcosa per smuovere l’intestino. Sarà il Bifidus?

Nooo!

Eh no miei cari bambini, lo yogurt è troppo grasso (si arriva al max a quello con lo 0,2% di grassi) e allora ci propongono il Il konjac 

“a volontà. Stiamo parlando di un alimento davvero prezioso, ricco di fibre e quindi in grado di stimolare il transito intestinale, esercitando un’azione saziante ad ogni pasto. Questa pianta tuberosa viene dall’Asia (Cina e Giappone) e viene attualmente rielaborata come pasta (nello specifico, spaghetti) completamente priva di calorie.”

giuro, non saprei dove reperirlo. E poi non era più semplice fare una dieta tutta con sta cosa (pianta?).

Vabbè, tralascio altri commenti, ma vi immaginate la fatica immensa per trovarlo in una città qualsiasi dove non pullulano certo nè i negozi bio, nè i profondi conoscitori della coltivazione del Konjac?

Forse è questo che fa dimagrire:

-mangi carne tutto il tempo.

-mangi carne tutto il tempo, scondita.

-mangi carne tutto il tempo, scondita, senza contorno.

Niente altro per giorni interi e l’unico altro alimento concessomi ha un nome del cavolo – non me lo ricordo già più – ed è praticamente irreperibile. E non ho idea di quanto costi!

Comunque sembra ovvio che il nervosismo dato dalla privazione tipica delle diete vada a sommarsi al nervosismo prodotto dalla vana ricerca di un tubero giapponese (no, non è una frase pornografica. maniaci) per provocare nel corpo un cortocircuito che brucia un sacco di calorie.

Ed è nella fase del cortocircuito che si sente urlare dall’ignara vittima: Dukan! Dukan!

Non è un’ode di ringraziamento all’inventore della dieta. E’ un’imprecazione in veneto.

17 maggio: giornata contro l’omofobia

quello che sto per scrivere lo sto buttando giù così come viene, per mettere in ordine i miei pensieri.

è sempre camminare sulle uova quando si affrontano certi argomenti. per dire, stavo cominciando il post scrivendo: non ho niente contro gli omossessuali, ma già la frase mi sembrava pessima, perchè usata spesso da chi è omofobo e razzista. perchè subito dopo segue un “ma…”. ecco. era per dire che omosessuale o eterosessuale non mi importa.

a me piacciono le persone.

non ho amici gay. o meglio, se li ho non lo so. un po’ perchè non si stringe la mano a qualcuno chiedendogli di chi si innamora: “ciao, sono elena, mi piacciono i maschi. e a te?”.

però da una parte mi piacerebbe saperlo, per partecipare pienamente alla loro felicità, perchè sono amici.

e poi per non fare gaffe stupide o dolorose. se avessi un’amica lesbica e non so che lo è magari le presenterei un ragazzo. oppure farei quello che mi capita spesso di fare, ma senza crudeltà. per amore di battuta:

tipo che incontri una tizia. mascolina, vestita da maschio. non sai se è etero o no. non è rilevante, però dici “minchia che lesbicone”. oppure, a me è capitato spesso, di definire un periodo della mia vita “il periodo lesbo” perchè corrispondevo esattamente alla descrizione qui sopra: capelli rasati, look maschile. aggiungo, quando ne parlo, che sembravo una “lesbica dell’est europeo”.

e so che non è bello – soprattutto vederlo scritto, che cose brutte che dico – ma da una parte penso che ci stia della leggerezza, perchè io so per certo che se due mie amiche lesbiche andassero a vivere insieme, facessero un figlio, si sposassero ne sarei felice come per tutti gli altri amici.a me piace vedere le persone felici e innamorate.

insomma è un gioco verbale, ma non c’entra con quello in cui credo.

solo che – è questo il fulcro del mio post – non so come ci si deve comportare. io non mi preoccupo a fare battute se so che la persona di fronte a me le accetta e ride con me, ma con chi è considerato “diverso” è sempre un problema. non sai mai come muoverti perchè finisci con pestare qualche merda, comunque. anche involontariamente.

quindi ora tutti voi – che siete pochi, lo so, ma ci siete – aiutatemi a capire qual è il modo giusto per essere naturali in queste situazioni: non voglio finire come in quella gag dei soliti idioti in cui i due vedono uno di colore e si chiedono se è più giusto ignorarlo o guardarlo.

non voglio essere come quelle persone che misurano ogni parola per essere “politicamente corrette” e fanno vedere che loro sono avanti. non voglio nemmeno sembrare un’omofoba. io voglio che sia chiaro a tutti che per me è normale che due persone si piacciano, si amino, si trovino bene insieme. qualunque sia il loro sesso. qualunque siano le combinazioni che il loro rapporto assume.

dai, attendo delle risposte.

 

Ricetta: pollo con verdure.

ho messo l’acqua a bollire pensando di fare della pasta, ma ho deciso di metterci dentro anche dei pezzi di zucchina così da cuocere pasta e condimento oltugheder.

mentre guardavo le zucchine nuotare nell’acqua ci ho messo dentro sale e aromi, così perchè la zucchina bollita mi sa di tristezza. poi ho preso due patate piccole e ce le ho buttate dentro a pezzettini, perchè la mia testa ha partorito un’insana idea di fare un piatto di pasta corta – tipo i ditalini – e condirla con le verdure bollite con l’aggiunta di un po’ di pomodoro. però l’odore era sciapo. così ci ho infilato pure la cipolla, che era lì da un po’ e stava per germogliare.

dopo un attimo ho capito che se non volevo mangiare un minestrone dovevo trovare una soluzione.

coscette di pollo! le estraggo da freezer. ne scongelo due con il microonde perchè le idee geniali mi vengono solo all’ultimo minuto.

quindi piazzo una padella con olio e l’avanzo della cipolla. faccio dorare – come dicono i tecnici – e ci metto il pollo. cool.

dopo che ha rosolato apro il frigo e trovo una birra già aperta. vuoi non buttarcela sopra?

wow. sono il dio della cucina. sappiatelo. e non appena la birra è sfumata ho aggiunto le verdure scolate e un goccio di passata di pomodoro. aggiunto sale, pepe, aromi, uno zic di peperoncino.

ora il pollo è cotto. nel piatto. sto per mangiarlo. vi aggiornerò sul sapore.

buon appetito

le storie di fantasmi

stasera sono stata in un posto piuttosto isolato, un paesino pieno di ciottoli e vicoli. cena tra amiche a casa di un’amica.

non mi ricordo perchè ci siamo messe a parlare di incubi ricorrenti e poi di storie e aneddoti “di fantasmi”, cioè quei fatti inspiegabili che capitano più o meno a tutti nella vita.

ora, sinceramente, non so come potrei sentirmi se li riportassi qui sul blog, ma mentre sentivo questi racconti – dando le spalle alla finestra, oltretutto – non mi sono spaventata. non ho avuto il solito brivido di terrore che le storie paranormali mi portano. eppure io sono la stessa persona che si è spaventata vedendo in tv il film sulla madonna di fatima (terrorizzata dall’apparizione ectoplasmica della vergine), la stessa che non sa reggere la suspence nei film o nei libri (mi ripeto in testa: no, no, no!!!!), la stessa che si auto suggestiona quando torna a casa in macchina la sera tardi e pensa di avere un pazzo appostato sul sedile posteriore (che come è salito già è un bel mistero).

insomma, dicevo, le storie di fantasmi: apparizioni notturne e diurne di vecchietti morti da un pezzo, tavoli che si muovono, bambine possedute. tutto il possibile.

ad alcune di queste storie credo – conosco chi le racconta e so che non sono false – ma il mio corpo deve aver imparato a non farmi crollare nel mio profondo terrore. così ascoltavo e la mia testa dava spiegazioni razionali. una via l’altra, pronta a parare i colpi dell’inconscia paura.

il cervello ha vinto.

ho solo molto sonno e nemmeno un po’ di paura.

se dovesse rapirmi qualche ectoplasma/alieno/madonnadifatima ricordatemi con simpatia.

Lamento

vedo una costante rincorsa a chi sta peggio:

se scrivo “oggi ho mal di testa” arriverà qualcuno a dirmi “non me ne parlare, io ho malditesta da due giorni!” e un altro aggiungerà “non farmici pensare, pensa che io ad ogni cambio di stagione devo mettere in conto almeno una settimana di mal di testa, fotofobia e secchezza delle fauci” l’ultimo della fila dirà “sto così male che dovrei essere morto”.

il discorso vale in qualsiasi ambito. se compri un vestito c’è chi l’avrà pagato meno di te “massì io compro tutto al mercato, sopra i 10 euro non compro niente”, in quel ristorante avrà mangiato molto molto peggio di te, in quel posto di vacanza le zanzare erano davvero cattivissime, credimi. le tue erano inutili moscerini.

e via così.

il problema è che questo sistema del “io sto peggio” si sta applicando in un’assurda gara tra poveri. se uno scrive “sono precario, ho un figlio e una moglie da mantenere” l’altro risponde “beato te che hai solo un figlio. io ne ho tre e mia moglie è di nuovo incinta” e giù giù fino al delirio…

sì, delirio, perchè è assurdo fare una gara su queste cose. ho appena letto, giuro, una che in risposta a una ragazza madre precaria che vive con i genitori e con cui divide l’affitto  ha scritto: “siamo più precari noi, senza nemmeno la precarietà dell’affitto. siamo direttamente senza niente”.

io, davvero, non oso nemmeno immaginare il dramma di queste persone, però non capisco il senso. chi sta male sta male anche se c’è chi è messo peggio. e sapere che c’è chi sta peggio consola ben poco.

forse è un modo per far sentire la propria voce, forse si cerca, così, di attirare l’attenzione su queste situazioni terribili, ma è la rabbia che c’è in queste risposte a farmi pensare: quanto dolore bisogna provare per essere così arrabbiati contro chi è messo un po’ meno peggio di te?

ma anche contro chi sta bene, come se stare bene fosse una colpa. a volte è solo culo. o è solo questione di tempo.

una donna,ieri, ha risposto su twitter a un vip che si lamentava del viaggio milano-roma roma-milano tutto in una giornata, gli ha scritto cattivissima che c’è chi fa il pendolare per lavorare in fonderia, per mantenere una famiglia con quattro spicci.

ora, parliamoci chiaro, il vip che si lamenta è assolutamente umano. quante volte al giorno ci lamentiamo di come stiamo, di come ci stentiamo, di quanto ci pesa il nostro lavoro? mille. non negatelo. e scazza a tutti spararsi 1200 km in un giorno anche se sei pagato profumatamente. e nessuno ci viene a dire “ah meglio che la fonderia”. solo perchè uno è famoso non è che ha tutte le colpe del mondo, perchè “privilegiato”. alcuni lavori sono semplicemente pagati meglio di altri. punto.

insomma. oggi ce l’ho con queste “gare” con l’abitudine continua al lamento. perchè rischia di trasformare qualcosa di giusto e sacrosanto – ricordare i diritti violati, le situazioni tragiche che si vivono in questo periodo storico, ecc.. – in una litania senza senso, come quella di chi chiede l’elemosina sulle metropolitane: con il tempo smetti di ascoltare e di guardare.

bisognerebbe puntare la rabbia e la voglia di riscatto su qualcos’altro, ma non so come, non so con chi. qualcuno può aiutarmi?

Alberto Angela, ovvero, quanto è sexy l’antropologo

Attenzione: il post che segue è sì la mia dichiarazione d’ammore imperituro al sig. Angela, ma il diretto interessato non si preoccupi. Si scherza. Ha guadagnato un’ammiratrice, non una stalker! 😀

ciao a tutti. sto per confessarvi una cosa che dieci anni fa non avrei mai ammesso.

Alberto Angela è figo.

Sarà l’età, sarà che da settimane passo i sabati sera sul divano a guardare Ulisse, ma ho scoperto – riscoperto? – il fascino dell’uomo che sa un sacco di cose. Il fascino della conoscenza, di ascoltare qualcuno capace di spiegarti semplicemente anche ciò che è complesso.

Adoro come ammicca alla telecamera quando sta per dire qualcosa di rivelatore. Mi piace il suo gesticolare – forse anche a causa di Neri Marcorè che lo faceva daddio – e mi fa impazzire quando dice “andiamo a scoprirlo insieme” e attraversa una porta.

Ieri sera ho imparato un sacco di cose sui virus e sui batteri. Sapere che uno starnuto, o, meglio, ciò che produciamo con uno starnuto arriva anche a quaranta metri di distanza mi ha fatto capire due cose:

1. mettere la mano davanti quando si starnutisce è fondamentale

2. potenzialmente veniamo raggiunti dagli schizzi degli starnuti di tutti gli altri.

La cosa, probabilmente, avrà pesanti conseguenze sulla mia socialità, ma sono una ragazza forte e ne verrò fuori.

Ora dico una cosa retorica: perchè non ci sono più trasmissioni in TV come quella di Alberto? Perchè dobbiamo stare ad ascoltare vaneggiamenti su extraterrestri, donne calamita e profezie Maya?

Soprattutto perchè gli Angela non iniziano a martellarci ogni giorno spiegandoci, semplicemente, che sono tutte cacchiate?

Sogno di organizzare una sfida tra Giacobbo e Alby. In un’arena. Uno dice una cosa e l’altro ribatte. Dovesse accadere davvero mi troverete in prima fila, con una maglietta con scritto “Albertoangela Ai Lov Iu!”.

Piadina

l’ho scritto pensando alle parole per “Quello che (non) ho”, ho scoperto che il testo è troppo lungo per essere inviato al sito, quindi lo metto qui e chissenefrega se non mi leggono. (anzi, mò glielo incollo sul loro facebook e gli mando il link al sito. tiè)

 

Adesso la piadina la conoscono tutti, in tutta Italia, ma quando ero piccolina, negli anni 80, dire “piadina” suscitava solo una risposta: ”eh!?!?”. Eh già perché mica c’erano i bar che proponevano piadine qui in longobardia – facevano il “tost” che solo nei posti chic si chiamava “toast”, se no era “tost” o, addirittura, “tosto”- e i miei amichetti di scuola pensavano che io mi stessi inventando tutto.

“la piadina non esiste”

“la piache?!”

“piadina! La fa la mia nonna è buonissima. Ve lo giuro”

La mia nonna. Piccola, bionda, vanitosa e sempre pronta a impastare. Ora ha novant’anni e non ha ancora perso la mano, ma immaginatevi quasi trent’anni fa – trenta, no dai facciamo venti, venticinque al massimo – cosa poteva produrre. Era arrivata dalla romagna appena ventenne nei primi anni di guerra al seguito di una famiglia che aveva bisogno di una governante. Poi non so come sia andata, ma dopo ha fatto la cuoca, la cameriera, ha gestito un ristorante e un dormitorio. Chissà che altro.

Comunque, durante uno di questi lavori, mia nonna conosce mio nonno. Un po’ la storia classica: lui le fa il filo, lei dice di no, poi lui rompe le scatole tantissimo, ma lei dice di no, poi lui una sera è un po’ ubriaco e rompe ancora di più le scatole per un appuntamento, allora lei dice di si per farlo smettere pensando “tanto domani non si ricorda”. Lui si è ricordato e sono usciti insieme.

Chissà che faccia ha fatto questo giovanottone lombardo quando la piccola romagnola gli ha fatto mangiare la piadina per la prima volta: sta roba qua mica è pane. Come si fa a mangiarla. Dai su il prestinaio è ancora aperto vai a prendere due rosette.

Conoscendola, lei deve averlo fulminato con lo sguardo, poi, probabilmente, ha cominciato a sparecchiare dicendo “beh stasera c’è questo”. Lui si deve essere intenerito e deve aver assaggiato.

Penso che in quell’istante mio nonno si sia innamorato davvero di mia nonna. Certo la piadina è un piatto semplice: acqua farina e strutto. Non c’è dentro nessun ingrediente costoso, non ha bisogno di riposare ore, non è una cosa trendy. Alla fine è pane piatto. Però durante le vacanze in riviera romagnola quante piadine mangiate? Ecco: quella stessa piadina mia nonna la produce da una vita. L’ha fatta assaggiare ad amici e parenti e tutti quelli che si trovavano ad andare giù in riviera dicevano “è come la piadina della nonna”.

È che il gene degli affari è sempre mancato nella mia famiglia: avremmo potuto sfruttare l’arte e aprire la prima piadineria del nord Italia, almeno quindici anni prima del boom piadinesco. Se l’avessimo fatto Samuele Bersani non avrebbe potuto cantare di “esportare la piadina romagnola”. L’avrebbe trovata ovunque, con l’effige della nonna.

Non è andata così. Però una ricetta è partita dalla Romagna per arrivare in Lombardia, dove due ragazzi si sono incontrati, amati, sposati. Dove insieme hanno gestito un dormitorio dove accoglievano ragazzi del sud e dove mia madre – la loro figlia maggiore – ha conosciuto mio padre. Tutti nutriti dalla nonna e dalle sue piadine – si, ovviamente anche dai tortellini, dalle lasagne e da tante altre cose, ma divagherei – ed è anni che io provo a continuare la tradizione, ma la famosa ricetta che ha viaggiato fin qui si è rivelata un po’ troppo criptica: “metti un po’ di farina, un po’ d’acqua tiepida, sale strutto bicarbonato”. Spero che la genetica mi assista.

 

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