Passata di Moda

non mi rassegno alla fine dei blog

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

meringata

ravanare tra le vecchie foto e le vecchie mail non porta solo nostalgie varie e pensieri, ma ti fa ricordare di posti e cose che ti eri un po’ dimenticata.

io non me la ricordavo la meringata di quel posto là, in quel paesino in brianza. un ristorante bar edicola a cui non dai due lire, con l’avanzo di piazzale di ghiaia davanti all’ingresso con due grandi tigli sopravvissuti alla strada asfaltata che circonda la casa. entrare in quel piccolo piazzale ti porta in un momento imprecisato del 1956, 1960 al massimo. ti aspetti di veder razzolare due galline, di incontrare sull’uscio una donna che pulisce fagiolini e li raccoglie nel grembiule.

dentro ti aspetti puzza di sigarette e di vino rosso, ti aspetti il rumore delle carte che sbattono sul tavolo e bestemmie in dialetto. un televisore scassato con le trasmissioni in bianco e nero.

di quelle cose lì sono rimasti solo il piazzale e l’edificio, una vecchia casa di campagna.

e la meringata.

niente fronzoli, niente ninnoli, niente cioccolati caramelli fruttirossi, solo albume croccante e gelato alla panna. tagliano un rettangolone e te lo piazzano nel piatto.

ti danno le forchettine piccine con tre rebbi e pensi che solo a casa delle nonne le trovi ancora forchette così. e tovaglie così. e un arredamento così.

e una goduria così te la da solo la meringa di quel posto lì, sperduto nella brianza, in un’epoca immobile che se ne frega di ciò che accade intorno al piazzale di ghiaia che la circonda.

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(ecco, oggi mi mancava solo l’idea di te, vestita solo di colori, per togliermi qualsiasi pensiero riguardante il lavoro..)

ho ritrovato la frase del titolo in una vecchia mail

mi ricordo di quando facevo “la blogger” e intrecciavo contatti e relazioni. quando scrivevo di continuo i fatti miei.

una vita fa.

quella frase, bella, bellissima da sentirsi dire, non me la ricordavo.

ricordavo una storia breve e troppo poco intensa.

ricordavo un ragazzo scocciato della mia presenza e della sfiga che ci faceva incontrare sempre e solo “in quei giorni” e sempre una settimana prima della ceretta programmata.

ricordavo solo lo spegnersi lento di quella che sarebbe potuta essere una buona amicizia, divertente e creativa.

ora ognuno ha la sua vita e il suo matrimonio ed è bello così. ma quella frase lassù mi ha fatto capire che le premesse erano buone, ma non è così in ogni storia all’inizio?

non è sempre bello ed eccitante incontrare qualcuno di nuovo che ti piace? poi ci si conosce, anche poco, e si capisce cosa fare, come continuare e se farlo.

solo che un po’ mi dispiace, perchè non ho avuto il coraggio, allora, di dire le cose come stavano: non vediamoci oggi, ma la prossima settimana -ad esempio- sarebbe stato un buon inizio (almeno non l’avrei messo di fronte alle cose più disgustose di me così, da subito) oppure dire chiaramente: massì che problema c’è? esci con chi ti pare, piuttosto che fare quella che “ci teneva”.

comunque è andata come doveva andare, come tante altre storie vissute. però è bello riscoprire che almeno allora ci si stava simpatici e ci si piaceva un po’.

e stasera mi piacerebbe sentirlo ancora per chiedegli come sta, come va la sua vita, se scrive ancora da qualche parte, perchè era piacevole leggerlo.

e anche per dirgli grazie per quella frase, non lo feci allora troppo presa dal gioco, dirgli grazie perchè quella frase mi ha fatto sorridere e stare bene.

vabbè sono pensieri notturni e ogni tanto un post “privato” ci sta e un po’ di nostalgia, a volte, non guasta.

PS: per chi se lo chiedesse…alla fine nessuno ha dipinto nessuno, così. per la cronaca.

 

Opartigianoportamivia

non ho partigiani in famiglia.

i due “vecchietti” di casa non erano nel posto giusto al momento giusto. lo zio, al sud, ha visto arrivare subito gli americani e forse – se se lo ricordasse – potrebbe raccontarci com’era stare lì, a casa, con tutti sti americani intorno.

la nonna viene dalla romagna e ci si aspetta, conoscendola, che abbia pedalato per tutta la regione portando viveri e messaggi. non illudetevi. lei si era già trasferita da un pezzo. se ne stava qui, non ha mai imparato ad andare in bicicletta e viveri e messaggi arrivavano in un altro modo. soprattutto i messaggi avevano altri scopi e tutti piuttosto romantici, ma vabbè, sto divagando.

ci mancano i partigiani, è vero, ci mancano le storie delle sentinelle e dei nomi di battaglia, ci manca l’emozione di essere liberati dalla dittatura dopo vent’anni…

(ci manca, ma forse questa cosa non ci manca del tutto. certo ora è tutto meno spettacolare e immediato, ma ci son stati momenti in cui ho capito davvero il senso della parola Liberazione)

però se penso al 25 aprile e al primomaggio penso sempre a due giornate piene di sole in cui è vacanza e senti il cuore leggero, come se appartenessi a qualcosa di bello.

e penso che per festeggiare, per manifestare al mondo che io ci sono farò una cosa semplice, ma evidentissima in questo mondo di grigioni: metterò una maglietta rossa.

non ridete, so che è davvero poca cosa, ma son sempre stata convinta che le rivoluzioni passano anche dai gesti piccoli, piccolissimi.

ed è da ieri che penso che forse anche mio fratello avrà una maglietta rossa. se ce l’avrà vorrà dire che almeno un po’, un pochino, lo conosco e che siamo già in due a fare la rivoluzione.

 

To Rome with love

Domenica pomeriggio, biglietteria del cinema.
AmicoA: com’è il titolo?
Io: buh. le dico “quello di Woody Allen”
Lò: io dico “quello di Benigni”

andiamo bene.

Che poi tanta premura per ricordarsi il titolo non è necessaria, dato che la “multisala” comprende DUE sale e l’unica che proietta è quella che serve a noi. Entriamo e c’è già buio, ma non è il buio a cui siamo abituati è proprio buiobuio. Lò appizza la lanternina sul cellulare e ci sediamo. Mi metto in mezzo così ai pericoli dell’esterno ci pensano gli uomini.

Comincia il film e da qui parte la recensione.

Parto con la premessa che non sono un’espertissima di Woody. Ho visto delle cose – si, certo, i grandi classici – e dei film recenti ho visto solo “Vicky Cristina Barcellona” che mi era piaciuto un sacco. Quindi sono ottimista.

Cartoline da Roma, con un titolo così le inquadrature dovevano essere perforza da cartolina: colosseo, fori imperiali, altare della patria e vigile urbano!
Sì il vigile. Alberto Sordi. Cioè, no, ovviamente non è lui. La stessa inquadratura, gli stessi movimenti.
Omaggio. Il grande Woody omaggia il cinema italiano!
Il vigile -dopo aver causato il solito incidente- ci introduce ai nostri protagonisti.
Ragazza Americana che incontra Ragazzo Italiano e si innamorano. Si innamorano di brutto.
Subito alla prima loro scena, in cui lei chiede indicazioni a lui, il Lò – che mica ha studiato cinema e mica sta qui a scrivere una recensione sul blog per tirarsela come me – dice: “ma dai, ma perchè parlano italiano? lei è ammericana” insomma era così evidente che Woody aveva lasciato originali tutti i registri linguistici che il solito doppiaggio – bravissimi tutti, eh, per carità – mascherava a fatica questa cosa. Grazie Woody, così ora anche mio marito appoggerà la mia mozione “film in lingua originale con i sottotitoli che è roba da fighetti ma come te li gusti i film”.

Tornando al film.
C’è questa coppia. Si innamorano e decidono di sposarsi. Così arrivano i genitori di lei a conoscere i futuri suoceri. Woody è il padre di lei ed è nevrotico come sempre, la madre la fa una che è pettinata e truccata da Diane Keaton, ma non è Diane Keaton. Non mi pareva proprio.
Il buon Woody è appena andato in pensione, faceva il produttore discografico, e scopre che il consuocero beccamortaro ha una voce lirica da paura. Ma solo se è sotto la doccia.
Lo so vi sto spoilerando, ma sta cosa della doccia non è nei Simpsons? Homer fa il tenore e ci riesce solo se è sdraiato. Sicuramente fa più ridere la doccia, ma…ma!?!?!?

Ok ok, prossima storia. Alec Baldwind incontra un ragazzo che sta studiando a Roma e sta vivendo una love story che è uguale a quella che aveva vissuto lui quando da ragazzo studiava a Roma. Questa storia è carina, ma solo perchè Alec salta fuori dappertutto. La storia d’amore è prevedibile, ma abbastanza simpatica. La tipa protagonista è una Scarlett vorrei-ma-non-posso: mora, ma con il musino imbronciato il giusto. Comunque non sta tipa iperattraente che dovrebbe essere. Il protagonista è piuttosto sfigato, ma vabbè.

Vorrei anche ricordarvi, miei cari lettori, che fin dall’inizio abbiamo cercato tutti gli stereotipi classici che si trovano nei film americani quando si trasferiscono in italia. Direi che woody se l’è cavata abbastanza bene perchè abbiamo notato solo: panni stesi, trattoria con stornellatore, donna italiana brutta con abito a fiori e coltellaccio, attore gigione e seduttore.

mancavano: gatti, bambini urlanti, piatto di spaghetti con le polpette e mafiosi.

Ebbene, nella nostra disamina degli stereotipi ad un certo punto ho urlato: Lo Sceicco Bianco!!!

La terza storia è infatti quella di una Coppia di Sposini che arriva a Roma “come se fosse un secondo viaggio di nozze”. Loro sono sfigatissimi e devono incontrare i parenti di lui, che ancora non hanno conosciuto la sposa, i quali vogliono dare un lavoro spettacolare al nipote.

La giovane – interpretata da Alessandra Mastronardi e devo dire proprio bravina – vuole farsi bella e si perde per Roma alla ricerca di un parrucchiere. Ovviamente perde il cellulare – se no era troppo facile rintracciarla – e ovviamente incontra una troupe di attori che sta girando un film. Ornella Muti – sempre più uguale a Serena Grandi nei film di Pupi Avati – le presenta Antonio Albanese (i nomi sono diversi, ma non ho grande memoria) che è, guarda un po’, l’attore preferito della ragazza e subito la intorta via e le propone di “parlare del film nel mio albergo”.

Intanto il marito – Alessandro Tiberi, lo stagista di Boris – si trova Penelope Cruz in versione escort in camera da letto (approposito, a me la Penelope ricordava troppo Belen, sarà l’accento) e deve spacciarla per la moglie ai parenti che arrivano sul più bello.

Qualche differenza, ma la trama è la stessa dello Sceicco. Le differenze, però, non ve le dico, se no non andate più al cinema.

Infine arriviamo a Benigni. Lui è sempre bravo, il personaggio dell’Uomo Qualunque gli riesce bene, ma nemmeno Woody ha resistito alla tentazione di fargli interpretare Benigni (non c’è nulla da fare: potrei ascoltarlo parlare per delle ore, ma vederlo che si toglie i pantaloni in mezzo alla strada mi ha fatto dire “eh no, ancora?!?”. ). L’idea principale di questa storia è carina, ma nasce dal nulla, senza approfondimento e senza portare veramente all’estremo le conseguenze, ed è infarcita di retorica sulla fama e sull’essere famosi. Poi affidare all’autista il ruolo del saggio di turno che filosofeggia è l’equivalente del capo indiano che sa tutto. Uff. Noia.

Ebbene. Nel complesso cosa c’è da aggiungere? Piacevole, certo, simpatico, a tratti. Il Lò – che è il mio metro di misura per capire se un film merita o meno – non si è addormentato, il che depone a favore almeno sulla trama. Certe volte abbiamo riso, però ho passato due ore a chiedermi: se l’avesse fatto un altro sto film? Alcune scene erano degne di alcuni cinepanettoni – eh scusa, Woody, ma è così – il continuo richiamo al cinema italiano dei bei tempi andati mi sembrava più pigrizia che omaggio (perchè Woody fa gli omaggi, se lo giravo io avevo copiato). Gli attori italiani se la sono cavata molto bene – c’è da dirlo – e in pratica erano il 70% del film. Il montaggio era un po’ troppo saltellante, con stacchi troppo netti che in un paio di occasioni hanno tagliato di un secondo o due la scena -però, forse, è colpa del cinema in cui l’abbiamo visto, troppo vecchio, magari il proiettore saltava – le luci e le scene erano proprio da cartolina, molto bidimensionali.

Insomma in tutto sto film è mancato un po’ di spessore. Un po’ di approfondimento dei personaggi, un po’ di motivazione nelle storie – anche nella loro assurdità un po’ di peso in più non sarebbe stato male – e siamo usciti dal cinema pensando “ok Woody voleva farsi una vacanza a Roma e poi alla fine ha deciso di mettere in piedi un film per passare il tempo”.

Ecco. Non ve lo stronco del tutto, però, magari, andate al cinema pensando di andare a passare due ore leggere, senza sperare di trovare il Woody di altre pellicole. O meglio: questo è un film di Woody, magari il prossimo sarà un film di Allen.

Ognuno ha

ognuno di noi ha un letto, dove suda d’estate, dove rimangono peli e pezzettini di pelle morta.

ognuno di noi ha un cassetto con le mutande, e sceglie quelle più comode nei giorni qualsiasi.

ognuno di noi ha una pietanza che non digerisce, che gli fa l’alito pesante. e rutta. molto.

e tutti sudiamo, puzziamo, abbiamo un naso dal quale esce roba verde.

ognuno di noi ha un culo. non solo bello da guardare, o ciccio, o cellulitico, o piatto. proprio un culo-culo. ed è lì per un motivo.

si.

e penso a queste cose quando leggo le “riviste patinate” (come si diceva una volta), quando una Scarlett o una Belen occhieggiano dalla copertina.

le guardo e penso:

anche loro fanno la cacca.

anche loro hanno le mestruazioni d’estate con il caldo.

anche loro scorreggiano e per quanto cerchino di estirparli hanno peli fastidiosi.

lo stesso vale per Jonny o Brad.

non lo trovate fantastico?

 

Ps: questo post l’ho scritto per tutti quelli che cercano la perfezione e si stupiscono dell’umanità degli esseri umani.

Sì lo so…

si lo so che sono pigra, che non sto scrivendo.
oggi è tornata la primavera e sono avvolta da una voglia di prati e margherite che non vi sto nemmeno a raccontare.
ho un’idea per un nuovo libro, intanto quello vecchio l’ho spedito a chi di dovere. non avrò risposte, ma almeno l’ho fatto.
domani ho due incontri importanti.
domenica ho un concerto e rivedrò persone belle che non vedo da un po’.
tutto qua.
(tra un attimo pubblico una roba scritta un po’ di tempo fa)

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